“Archetipi. Un viaggio nelle possibilità espressive del calco” – Granai di Villa Mimbelli 2020

E’ il titolo della mostra di Paride Bianco che si inaugurerà venerdì 21 febbraio corrente, alle ore 17.30, presso il Museo G. Fattori – Granai di Villa Mimbelli, in via S Jacopo in Acquaviva, 56 a Livorno, con la collaborazione del Comune di Livorno,
Settore Attività Culturali, Musei e Fondazioni, Ufficio Musei e Cultura.

Il “sogno dell’arte” di Paride Bianco sembra manifestarsi con le vesti apparenti della dualità tra natura e antinatura.
In realtà Paride ha compreso bene il principio secondo il quale “l’arte non concerne altro che il percorso del linguaggio”, rifiutando per tale via sia il concetto di “arte di invasione” che quello di “arte di evasione”. La sua partita si gioca dunque tutta “in superficie”, su di un campo estremamente significante, uno spazio che conta sul quale l’artista lascia apparire ed organizza i morfemi del suo sistema linguistico, i segnali della sua cifra espressiva.
In altri momenti, in altre opere, ha perfino tentato di modellare precedentemente tale superficie, prima del gesto e della “scrittura”, quasi a voler concretare l’architettura del suo mondo immaginativo. Si trattava di una sorta di “struttura segreta” che consentiva poi all’artista un processo di “interrogazione” della superficie ricco di scoperte eccitanti, ma anche denso di pericolosi tranelli.
È evidente a questo punto che la ricerca di Paride Bianco appare rivolta verso un evento autosufficiente senza rinvii narrativi e perivo di elementi descrittivi.
Il suo punto di partenza, nella storia dell’arte, è infatti quello della “rappresentazione negata”, un punto di non ritorno nel quale è estremamente arduo dimostrare la propria “probabilità esistenziale”. La ricerca dell’opera avviene aprendo spiragli dai quali a volte non proviene nessuna luce, utilizzando chiavi che non aprono alcuna porta, in un gioco a volte disperante ed altre volte eccitante che risponde a regole interne a se stesso.
L’opera ricercata, infatti, rappresenterà in definitiva solo se stessa, in una “ambiguità sacrale che solo l’arte possiede. È tuttavia proprio da una sifatta ambiguità e dalla impossibilità della rappresentazione che nasce il linguaggio di “rappresentare” il mondo.
Paride Bianco è consapevole di tale “sogno” che persegue realizzando opere aperte, che conducono cioè, contemporaneamente, verso molteplici derive emotive, leggibili da molte angolazioni, con sguardi oscillanti e ripetuti che escludono l’occhiata fissa riservata alle “belle forme” pietrificate sulla tela.
Non si tratta di una semplice strategia del rinnovamento linguistico, ma di una ricerca che prende le mosse dalle “macerie del linguaggio” che le avanguardie storiche hanno accumulato nel corso del secolo per pervenire ad una espressività prima inesistente.
Paride sa bene, voglio dire, che avanguardia è oggi una definizione inattiva, inoperante ed inutile e che la sua partita va giocata sul rischio dell’inattualità, alla ricerca di una sua verità che possiede, come riferimento di verifica, la sua sola autenticità esistenziale.
Il “luogo metaforico” del linguaggio gli appare perciò l’unico possibile dove far apparire immagini che rappresentino miticamente il suo “sé”, a debita distanza dall’orizzontalità del quotidiano, alla ricerca dell’errore e della trasgressione.
È probabilmente attraverso l’apparente inutilità del suo lavoro che l’artista contemporaneo afferma infatti il suo diritto all’esistenza e dichiara allo stesso tempo la dirompente forza del suo messaggio.
Paride Bianco vive la coscienza di tale condizione, una coscienza individuale che chiede all’arte la capacità alchemica di trasformare la realtà in un dato improbabile e di rendere visibile l’immaginario. Ecco perché dinanzi ai suoi dipinti occorre assumere una posizione di attesa muta e di stupore, in una condizione di aspettativa incombente e probabilmente deludente, in un’area di silenzio e di buio densa di improvvisi rumori e di lampi sorprendenti, cercando di intravedere gli imprevisti e accecanti segnali della poesia. (Enzo Di Martino)

La mostra sarà visitabile dal giorno 21 febbraio 2010, al I° marzo, con i seguenti orari:
Venerdì 21 e 28 febbraio – dalle ore 16.00 alle ore 19.00
sabato e domenica, dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00Date: 21 febbraio – 8 marzo.
Orari: il venerdì dalle 16 alle 19.
Sabato e domenica
Dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00

Ingressi infrasettimanali su appuntamento (secondo gli orari suesposti). Il catalogo (gratuito) sarà disponibile al book-shop del museo