San Francisco dieci anni dopo.
Una mostra che si sviluppa tra ricerca e innovazione
Paride Bianco nasce il 2 marzo 1944 a Martellago, in provincia di Venezia. Discendente per linea materna da Domenico Zampieri, detto il Domenichino, si forma all’Accademia di Belle Arti di Venezia, divenendo erede della tradizione coloristica veneta. Tuttavia, la sua nascita artistica avviene a Milano, dove sviluppa un linguaggio autonomo che lo distingue nel panorama dell’arte contemporanea.
Il suo percorso è segnato dalla ricerca e dall’indagine sulla materia pittorica, con particolare attenzione alla tecnica del calco e del frottage. La sua formazione avviene in un ambiente dominato dalle figure di Guidi, Borsato e Gianquinto, ma egli sceglie una strada personale, trovando affinità con Armando Pizzinato e con il suo impegno nel rapporto tra arte e tempo storico. Influenzato dagli studi filosofici di Chomsky, Benjamin e Popper, arriva a formulare il concetto di ostatismo, termine che codifica nel 1986 e che rappresenta una sintesi tra il gesto pittorico e la registrazione della materia.
La poetica di Paride si sviluppa attraverso una riflessione sulla natura del segno e sulla possibilità di registrare il reale non solo attraverso la pittura, ma tramite il contatto fisico con la superficie. L’ostatismo nasce come un metodo che supera l’incertezza percettiva dell’esame ottico, basandosi sulla dimensione tattile dell’opera. Il calco, realizzato con paraffina, olio o grafite, diventa così una traccia diretta del reale, evitando l’intervento casuale del pennello e costruendo un’immagine che è allo stesso tempo figurazione e astrazione.
Questo approccio trova ispirazione nella visita alla collezione Guggenheim negli anni ’70, dove Bianco si confronta con La vestizione della sposa e L’Antipapa di Max Ernst. A differenza di Ernst, che usa il frottage per evitare il colore diretto, Bianco lo eleva a sistema, rendendolo l’elemento costitutivo della sua opera. Il calco diventa così non un semplice strumento tecnico, ma un vero e proprio linguaggio pittorico, capace di catturare la profondità del tempo e della materia.
L’opera di Paride Bianco si muove tra due poli: la ricerca dell’armonia cromatica e l’indagine sulla struttura del segno. Nei suoi cicli pittorici emerge il dialogo costante tra mito e contemporaneità, tra memoria e astrazione. Nella serie I Sogni della Madre Terra, il colore diventa elemento espressivo puro, evocando una realtà che sfugge alla narrazione convenzionale. La sua pittura è stata accostata a Kandinskij per la sensibilità cromatica e a Boccioni per la tensione dinamica della composizione, ma in realtà si colloca in una ricerca autonoma, dove il linguaggio si fa enigma e ogni opera diventa una risposta in continua evoluzione.
L’artista non si lascia incasellare in correnti artistiche definite: il suo lavoro si situa al confine tra espressionismo astratto, arte concettuale e pittura materica. La tecnica del calco, affinata nel corso degli anni, lo porta a elaborare superfici pittoriche che accolgono il colore come elemento di riscatto emotivo, trasformando il supporto in un campo di forze in cui il segno diventa parola e la materia si fa linguaggio.
Il suo lavoro rappresenta un superamento della pittura tradizionale: ogni opera è il risultato di un processo meditato, in cui il calco è progettato per restituire solo ciò che è essenziale. La paraffina calda, applicata con precisione, diventa lo strumento per catturare le tracce della realtà, mentre la grafite e il raschietto creano una superficie in cui il segno si manifesta in tutta la sua forza evocativa.
Nei suoi lavori più recenti, il Maestro continua a esplorare la relazione tra gesto, colore e struttura, dimostrando come il suo linguaggio sia in costante evoluzione. La sua ricerca non è mai conclusa, perché, come egli stesso afferma, la materia suggerisce sempre nuove strade, imponendo all’artista di ascoltare, di osservare e di lasciare che l’opera si riveli nel tempo.